Riflessioni semiserie su un’Unione senza unità né equilibrio

Mentre le gemme sbocciano e i governi cadono, tutte le potenze europee si comportano allegramente secondo il proprio carattere nazionale. Nel bel mezzo di una grave crisi finanziaria, i francesi hanno appena eletto un socialista allo champagne, convinti da promesse di un’aliquota fiscale del 75 per cento sui redditi più elevati e dell’abbassamento dell’età pensionabile. Anche i greci sono reduci da una tornata elettorale in cui i partiti consolidati hanno ceduto il passo a un’accozzaglia di gruppi frammentati con il risultato che dovranno di nuovo recarsi alle urne.
22 AGO 20
Immagine di Riflessioni semiserie su un’Unione senza unità né equilibrio
Mentre le gemme sbocciano e i governi cadono, tutte le potenze europee si comportano allegramente secondo il proprio carattere nazionale. Nel bel mezzo di una grave crisi finanziaria, i francesi hanno appena eletto un socialista allo champagne, convinti da promesse di un’aliquota fiscale del 75 per cento sui redditi più elevati e dell’abbassamento dell’età pensionabile. Anche i greci sono reduci da una tornata elettorale in cui i partiti consolidati hanno ceduto il passo a un’accozzaglia di gruppi frammentati con il risultato che dovranno di nuovo recarsi alle urne. (Attacco della colonna sonora di Zorba il greco). Nel frattempo dalla Spagna, dove attualmente la disoccupazione giovanile si aggira intorno al 50 per cento, si leva il gemito malinconico del flamenco.
Poche ore dopo il mio arrivo a Londra, sento il seguente annuncio in treno: “Ci scusiamo per il ritardo nella partenza causato da un ritardo nell’arrivo di personale essenziale al servizio. [Tradotto: il conducente non si è svegliato in tempo]. Siamo tuttavia lieti di informare i clienti che il servizio della Metropolitana di Londra si sta svolgendo in modo quasi regolare”. E’ il “quasi” ad essere così intrinsecamente inglese. Tre giorni dopo, a Berlino, approdo finalmente all’Europa che funziona. Beh, fino a un certo punto. Come sempre, rimango esterrefatto da quanto il paese più ricco e di maggior successo dell’Unione europea sia dedito all’ozio. La pausa pranzo nel verdeggiante giardino del Café Einstein sulla Kurfürstenstrasse non dà segno di terminare neppure quando scoccano le 3 del pomeriggio. Ed è un giovedì. Lo sapevate che attualmente un tedesco medio lavora 1.000 ore in meno all’anno rispetto a un sudcoreano medio? Questo spiega perché quando andate in vacanza i tedeschi sono già lì, e quando tornate a casa loro rimangono.
Come è comprensibile, ormai molti investitori americani hanno dato l’Europa per persa. Dopo due anni della soap opera più noiosa del mondo (“Riuscirà Angela a trovare un’intesa con François, il nuovo arrivato? Mario sarà quello giusto dopo quel vecchio ipocrita di Silvio?”), sono giunti alla conclusione che è solo una questione di tempo prima che l’intera zona euro coli a picco, con la Grecia nel ruolo della Lehman Brothers. Nel frattempo a Berlino stanno ancora parlando di “guadagnare tempo”. Ciò che intendono è che se la Banca centrale europea continuerà a stampare denaro, prestandolo alle deboli banche dell’area mediterranea in modo che loro possano acquistare i bond dei deboli governi del Mediterraneo, alla fine tutto si sistemerà. Si tratta di un’illusione. Le economie dei paesi dell’Europa meridionale sono in condizioni disastrose, paragonabili a quelle della Grande depressione. E’ vero, non hanno più a disposizione l’opzione keynesiana per darsi ai finanziamenti in disavanzo; i loro debiti sono già troppo elevati. Ma la ricetta tedesca basata su sensibili aumenti fiscali e tagli alle spese in un’ottica di austerità, malgrado la recessione, sta perdendo di settimana in settimana credibilità politica.
All’improvviso non è più così difficile immaginare un politico greco che decida di puntare sull’uscita dalla zona euro, ripristinando la dracma e lasciando che una drastica svalutazione faccia il suo corso. All’improvviso non è più così difficile immaginarne le devastanti conseguenze, con gli investitori che si pongono l’ovvia domanda: “Se loro possono andarsene, chi saranno i prossimi”? Come ha sottolineato Thomas Sargent, premio Nobel per l’Economia dello scorso anno, nel suo illuminante discorso di accettazione, oggi l’Europa si trova grosso modo al punto in cui erano gli Stati Uniti tra gli articoli della Confederazione del 1781 e la Costituzione nella sua forma attuale, che li ha sostituiti nel 1789. Ciò di cui abbiamo disperatamente bisogno è un Alexander Hamilton, pronto a trasferire la totalità o una parte dei debiti dei singoli stati nel bilancio federale. Quello che dobbiamo assolutamente fare è riconoscere che l’attuale struttura confederale dell’Europa è incompatibile con l’unione monetaria istituita nel 1999.
La soluzione esiste. A partire da novembre dello scorso anno, la Commissione europea è stata attivamente impegnata nel cercare di capire come creare degli “stability bond” che porrebbero l’intera fiducia e il credito dell’Ue (vale a dire della Germania) a sostegno di almeno una parte dei debiti nazionali degli stati membri. Considerati singolarmente, alcuni di questi debiti sono di un’entità oltre ogni speranza. Presi nel loro insieme e messi a confronto con il pil totale della zona euro, sono gestibili. A intralciare la strada non sono il socialismo francese o il populismo greco. E’ semplicemente la compiacenza tedesca. A Berlino si vive bene. A Monaco, capitale della macchina manifatturiera tedesca, si vive ancor meglio.
Qualcuno dovrebbe cercare di spiegare al bavarese medio seduto al suo solito tavolo a bere birra perché dovrebbe essere disposto a finanziare un trasferimento annuo ai paesi del Mediterraneo pari all’8 per cento del pil tedesco. Provateci voi se siete capaci. Perché a questo punto arriva il colpo di scena nel mio racconto sul carattere nazionale. Per due generazioni i tedeschi hanno cercato in tutti i modi, con la forza, di sopraffare l’Europa. E oggi, che potrebbero farlo in modo del tutto pacifico, non gliene importa nulla.
di Niall Ferguson